“Milano sa accendere riflettori, inaugurare settimane tematiche, riempire cortili, piazze e palazzi con eventi capaci di attirare pubblico, moltissimi sponsor, professionisti. È una qualità, non un difetto. Ma una città non vive soltanto di appuntamenti, vernissage e calendario. Una città vive soprattutto di luoghi che restano, di presidi quotidiani, di spazi dove la cultura non passa come una campagna promozionale, ma si sedimenta.”


Questo è un estratto da Un articolo su MiTomorrow descrive bene quello che sta succedendo alla Hoepli – più in generale a Milano – con una chiarezza che raramente si legge. Dice una cosa semplice e vera: il libro è un’infrastruttura civile. Non un oggetto da comprare. Non un negozio. Un presidio. Al pari di una scuola, di una biblioteca, di un teatro, di un parco. 

Purtroppo, non siamo riusciti a salvare Hoepli. Nei fatti, nessuna delle parti coinvolte, privato o pubblico, ha fatto un passo concreto per garantire un futuro alla libreria e casa editrice cercando soluzioni realmente alternative.


La situazione, in questo momento, è questa: la libreria chiuderà al pubblico il 25 maggio. 


Ci si chiede come sia possibile che stia avvenendo.  Finisce un’epoca per la cultura milanese. A far cadere progressivamente un gigante di 156 anni è stata una proprietà assente, divisa, logorata da scontri interni, non all’altezza della situazione e dell’evoluzione dei tempi.


Siamo agli ultimi giorni. I librai si preparano a un ultimo flash mob di saluto, mentre le scorte vengono smaltite con sconti pensati per alleggerire la chiusura.

Condividiamo un riassunto delle tappe:

Il percorso resta però molto difficile e dipende in larga parte da cosa i fratelli Hoepli decideranno di fare del palazzo. Abbiamo già letto rumors usciti di un possibile interesse a vendere l’edificio a un fondo per trasformarlo probabilmente nell’ennesimo hotel di lusso nel centro di Milano. Inoltre, non è ancora chiaro quali saranno i diritti legati all’utilizzo del marchio Hoepli dopo l’accordo con Mondadori.


Non basta dire “Milano perde un pezzo di storia” e poi voltarsi dall’altra parte. Se ogni volta ci si ferma alla nostalgia, la città continua a perdere presidi culturali uno dopo l’altro.

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