CallMat, il grido di 350 famiglie arriva alla Chiesa: “Don Ben, non lasciate sola Matera”.
SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni si rivolgono a Monsignor Benoni Ambarus: “Quando il lavoro viene meno, una comunità rischia di perdere anche la speranza”.
“Ci sono momenti nei quali una vertenza sindacale non è più soltanto una vertenza sindacale. Ci sono momenti nei quali dietro una procedura di licenziamento non ci sono più numeri, percentuali o tabelle, ma persone. Famiglie. Figli. Mutui. Bollette. Dignità. Futuro.
La vertenza CallMat è arrivata a questo punto. 350 lavoratrici e lavoratori rischiano il posto di lavoro. 350 famiglie guardano al futuro con paura. E una comunità intera rischia di perdere la speranza. Per questo SLC-CGIL, FISTEL-CISL, UILFPC-UIL e UGL Telecomunicazioni, attraverso i Segretari regionali Anna Russelli, Vincenzo Piccinni, Giovanni Letterelli e Pino Giordano, scelgono oggi di rivolgere un appello anche alla Chiesa. Un appello a Monsignor Benoni Ambarus, ‘Don Ben’, Vescovo dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina e di Tricarico.
“Eccellenza, ascolti il grido di Matera” Non chiediamo alla Chiesa di sostituirsi alle istituzioni.
Le chiediamo di fare ciò che da sempre le appartiene: stare accanto a chi soffre, ascoltare chi ha paura, difendere la dignità della persona, dare voce a chi rischia di non averne più.
Perché oggi, nelle case di 350 lavoratori, la parola più difficile da pronunciare è domani. Domani ci sarà ancora un lavoro? Domani ci sarà ancora uno stipendio? Domani una famiglia potrà continuare a vivere con dignità? Quando un lavoratore perde il lavoro, una famiglia perde sicurezza. Quando 350 famiglie rischiano di perdere il lavoro, è l’intera comunità che rischia di smarrire la speranza. Ed è proprio alla speranza che oggi ci rivolgiamo. Perché la fede non è soltanto preghiera. La fede è presenza. È solidarietà. È vicinanza. È difesa della dignità dell’uomo. È speranza che diventa impegno. Ecco perché chiediamo a Don Ben di stare accanto a questi lavoratori e alle loro famiglie.
“Matera è stata privata del suo futuro?” Il sindacato ha denunciato una situazione che ritiene gravissima. Abbiamo posto domande precise a TIM, alla Regione Basilicata, al MIMIT e a tutti i soggetti coinvolti. Abbiamo denunciato che, mentre a Matera si parla di riduzione dei volumi e di 350 posti di lavoro a rischio, secondo le informazioni in nostro possesso attività precedentemente gestite da CallMat sarebbero state indirizzate verso altri fornitori e altri territori. Se i volumi sono diminuiti, TIM lo dimostri con dati, numeri e documenti. Se invece attività continuano a essere svolte e vengono trasferite altrove, qualcuno spieghi perché a pagare debbano essere i lavoratori di Matera. È questa la domanda. Ed è una domanda che non può più essere rimandata. “Chi sta prendendo in giro la Basilicata?”
Lo chiedono pubblicamente Anna Russelli, SLC-CGIL; Vincenzo Piccinni, FISTEL-CISL; Giovanni Letterelli, UILFPC-UIL; Pino Giordano, UGL Telecomunicazioni.
Non per alimentare uno scontro. Ma perché 350 famiglie hanno diritto alla verità. La Regione Basilicata ha messo in campo risorse per sostenere le famiglie coinvolte. Ma noi lo diciamo con assoluta chiarezza: non vogliamo soltanto sostegni per chi perde il lavoro. Vogliamo che il lavoro venga salvato. Un sussidio può aiutare una famiglia a superare una difficoltà. Non può sostituire per sempre la dignità di un lavoro. Per questo chiediamo alla Regione di alzare il livello dell’iniziativa istituzionale. Chiediamo al MIMIT di convocare immediatamente TIM. Chiediamo a TIM di chiarire le proprie scelte industriali e occupazionali. Chiediamo alla politica lucana di non assistere in silenzio. E chiediamo alla Chiesa di non lasciare sola questa comunità.
“Don Ben, non le chiediamo un miracolo” Le chiediamo di esserci. Di ascoltare. Di incontrare questi lavoratori. Di incontrare queste famiglie. Di ascoltare la loro paura e la loro speranza. E, se lo riterrà, di portare la loro voce là dove deve essere ascoltata. Perché davanti a 350 famiglie che rischiano di perdere il lavoro, nessuno può permettersi il lusso dell’indifferenza. Matera ha già dato. Ha dato lavoro. Ha dato professionalità. Ha dato competenze. Ha dato anni di sacrifici. Non può essere ora considerata una terra sacrificabile. Abbiamo denunciato ciò che riteniamo stia accadendo. Abbiamo indicato le nostre preoccupazioni. Abbiamo chiesto confronti. Abbiamo proclamato lo stato di agitazione. Abbiamo chiamato in causa Regione e MIMIT. Abbiamo chiesto a TIM di spiegare. Non permetteremo che domani qualcuno dica: “Non sapevamo”. Lo sanno tutti. Lo sanno le istituzioni. Lo sa l’azienda. Lo sa il territorio. Lo sanno i lavoratori. E oggi lo sa anche la Chiesa. Perché questa non è soltanto una vertenza. è una questione di dignità. Qui non stiamo parlando soltanto di una procedura di licenziamento. Stiamo parlando del futuro di 350 persone e delle loro famiglie. Stiamo parlando del futuro occupazionale di Matera. Stiamo parlando della dignità del lavoro. Stiamo parlando della speranza. E quando la speranza comincia a spegnersi nelle case, una comunità deve accendere una luce. Noi quella luce vogliamo tenerla accesa. Con la lotta sindacale. Con le istituzioni. Con il territorio. E, oggi, anche con la Chiesa. “Don Ben, aiuti Matera a non perdere la speranza” Questo è il nostro appello. Non chiediamo miracoli. Chiediamo giustizia. Non chiediamo privilegi. Chiediamo lavoro. Non chiediamo silenzi. Chiediamo verità. Non chiediamo promesse. Chiediamo responsabilità. E chiediamo che nessuna delle 350 famiglie debba sentirsi sola.
Perché finché un lavoratore lotta, finché una famiglia resiste, finché una comunità non si arrende, la speranza è ancora viva. Monsignor Ambarus, Don Ben, Matera oggi le chiede di esserci.
Perché 350 famiglie hanno bisogno di sapere che qualcuno cammina accanto a loro. E noi continueremo a camminare con loro. A lottare con loro. A difenderli. Fino a quando ci sarà una possibilità di salvare un posto di lavoro, noi quella possibilità la percorreremo fino in fondo. CallMat è adesso. Matera è adesso. 350 lavoratori sono adesso. La speranza è adesso. Le risposte devono arrivare adesso”.
Le Segreterie Regionali
Cgil, Fistel Cisl, Uil Fpc, Ugl Telecomunicazioni.
Potenza,
