Violenza sugli anziani: l’abuso invisibile nelle case di riposo

Migliaia di anziani vivono in case di riposo e RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) in condizioni che rasentano il maltrattamento. Legati ai letti o alle sedie per “sicurezza”, sedati farmacologicamente per renderli “gestibili”, lasciati per ore nei loro escrementi, nutriti frettolosamente, privati di dignità e umanità. Non sono casi isolati denunciati da inchieste giornalistiche: sono pratiche sistemiche in molte strutture, conseguenza di un modello assistenziale che antepone il profitto alla cura.

La maggior parte delle RSA in Italia sono private o gestite da cooperative in regime di convenzione con il pubblico. Il modello economico si basa su rette pagate dalle famiglie (spesso 2.000-3.000 euro al mese) e su contributi pubblici. Per massimizzare i profitti, i gestori tagliano sul personale: infermieri e OSS (Operatori Socio-Sanitari) sottodimensionati rispetto al numero di ospiti, costretti a turni massacranti, pagati poco, spesso precari.

In queste condizioni, una cura dignitosa diventa impossibile. Un OSS che deve gestire 15-20 anziani non autosufficienti da solo in un turno non può fisicamente dedicare a ciascuno il tempo necessario. Cambiarli, lavarli, imboccarli, intrattenerli diventa una corsa contro il tempo. Le “contenzioni” – legare gli anziani – diventano scorciatoie per risparmiare tempo. Così come la sedazione farmacologica: un anziano sedato non chiama, non disturba, non richiede attenzioni.

Le famiglie spesso non sanno cosa accade davvero. Le visite sono limitate, controllate. Gli anziani con demenza o altre patologie cognitive non possono denunciare. Anche quelli lucidi spesso tacciono per paura di ritorsioni o per vergogna. Le strutture mostrano alle famiglie un volto presentabile: ambienti puliti durante le visite, personale gentile quando ci sono testimoni.

Quando emergono scandali – video di maltrattamenti girati da operatori coraggiosi, inchieste della magistratura, ispezioni dei NAS – le reazioni sono sempre le stesse: “caso isolato”, “mela marcia”, “provvedimenti presi”. Ma il problema non sono i singoli operatori sadici, che pure esistono. Il problema è un sistema che crea le condizioni strutturali per l’abuso.

La pandemia ha squarciato il velo su questo mondo. Nelle RSA si è consumata una strage: migliaia di anziani morti, spesso senza cure adeguate, senza la possibilità di vedere i familiari un’ultima volta. Le indagini hanno rivelato strutture che hanno continuato ad accettare nuovi ospiti pur sapendo di avere focolai interni, che non hanno isolato i positivi, che non avevano protocolli sanitari adeguati, che hanno nascosto i decessi per non perdere le rette.

La responsabilità non è solo dei gestori privati. Le istituzioni pubbliche hanno abdicato al loro ruolo di controllo. Le ispezioni sono rare, spesso annunciate, facilmente aggirabili. Le sanzioni sono blande. Le chiusure di strutture irregolari rarissime, perché significherebbero dover trovare collocazione alternativa per decine di anziani, cosa che il sistema pubblico non è in grado di fare.

L’alternativa dovrebbe essere un potenziamento massiccio dell’assistenza domiciliare, permettere agli anziani di restare nelle loro case con supporto adeguato. Ma questo richiederebbe investimenti che nessun governo è disposto a fare. È più facile, più economico, lasciare che siano le famiglie – o meglio, le donne delle famiglie – a farsi carico dell’assistenza, o delegare a strutture private che operano con logiche di profitto.

Gli anziani sono cittadini invisibili. Non producono, non votano in modo significativo (molti sono incapaci), non hanno voce. E così, in silenzio, vivono e muoiono in condizioni che, se fossero documentate, genererebbero orrore.

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