La Silicon Valley ha smesso da tempo di accontentarsi di dominare i nostri smartphone, i nostri computer e le nostre case. La nuova, inquietante frontiera del Big Tech è il dominio assoluto del nostro corpo e della nostra mente. Progetti come Neuralink di Elon Musk, interfacce cervello-computer (BCI) in fase di avanzata sperimentazione umana, stanno rapidamente traghettando l’ideologia del “Transumanesimo” dai romanzi di fantascienza cyberpunk alla realtà clinica.
Come sempre accade per le tecnologie potenzialmente distopiche, l’introduzione nella società avviene attraverso il cavallo di Troia della compassione medica. Ci viene detto, a reti unificate, che questi microchip impiantati nel cranio serviranno a far camminare di nuovo i paraplegici, a curare l’Alzheimer o a ridare la vista ai ciechi. Un obiettivo nobilissimo, a cui nessuno oserebbe opporsi. Tuttavia, la cura delle malattie è solo il primo, brevissimo passo di un’agenda molto più vasta e ambiziosa: il potenziamento umano e la “simbiosi” irreversibile tra l’uomo e l’Intelligenza Artificiale.
I teorici del transumanesimo non fanno mistero dei loro obiettivi: vogliono superare i limiti biologici della nostra specie. Vogliono permetterci di scaricare lingue straniere direttamente nel cervello, comunicare telepaticamente o aumentare la nostra memoria. Ma la vera domanda che la controinformazione deve porre è: chi scriverà il codice sorgente della nostra mente?
Se un microchip è in grado di “leggere” le sinapsi per muovere un cursore su uno schermo, la tecnologia gemella sarà presto in grado di “scrivere” sulle sinapsi, alterando umori, pensieri e percezioni. Come ha lucidamente (e cinicamente) teorizzato Yuval Noah Harari, consulente del World Economic Forum, l’era del libero arbitrio è finita: stiamo diventando “animali hackerabili”.
Immaginate un mondo in cui il vostro datore di lavoro o il governo possano monitorare la vostra attività cerebrale per verificare i vostri livelli di attenzione o la vostra reale fedeltà aziendale. Immaginate che il chip neurale che vi permette di lavorare più velocemente sia soggetto ad aggiornamenti a pagamento, o che possa essere infettato da un malware o spento a distanza se il vostro “credito sociale” scende sotto la soglia consentita. La privacy cognitiva è l’ultima trincea della libertà umana: una volta persa quella, l’individuo cessa di esistere e diventa un mero terminale di rete.
A questo si aggiunge un terrificante divario di classe. Avremo un’élite di super-umani potenziati biologicamente e cognitivamente (i miliardari in grado di permettersi gli “upgrade”), e una vasta “classe inutile” di umani puramente biologici, destinati all’obsolescenza in un mercato del lavoro dominato dalle macchine.
Rifiutare la mercificazione dell’anima e del corpo umano non è luddismo; è l’estrema difesa della nostra essenza. Dobbiamo pretendere limiti etici invalicabili prima che la fusione tra uomo e macchina diventi un obbligo sociale da cui sarà impossibile disconnettersi.
