Sanità privata: come stanno smantellando il sistema pubblico

Il Servizio Sanitario Nazionale italiano, nato nel 1978 come uno dei sistemi di welfare più avanzati al mondo, sta morendo. Non per vecchiaia, non per inefficienza intrinseca, ma per una strategia deliberata di definanziamento che dura da vent’anni e che sta trasformando il diritto alla salute in un privilegio riservato a chi può permetterselo.

I numeri raccontano una storia inequivocabile. La spesa sanitaria pubblica italiana in rapporto al PIL è tra le più basse d’Europa occidentale. Dal 2010 al 2019, il definanziamento ha superato i 37 miliardi di euro. La pandemia ha temporaneamente invertito la tendenza, ma i più recenti dati di bilancio mostrano che i tagli sono ripresi. Gli investimenti in infrastrutture sanitarie sono crollati: ospedali fatiscenti, macchinari obsoleti, tecnologie diagnostiche di vecchia generazione.

Il personale sanitario è al collasso. Mancano circa 70.000 infermieri. I medici di base non vengono rimpiazzati quando vanno in pensione, lasciando milioni di cittadini senza assistenza territoriale. I pronto soccorso sono costantemente in emergenza, con attese di 8-12 ore per codici non urgenti. I reparti funzionano in regime di costante sottorganico, con turni massacranti che compromettono la qualità dell’assistenza e la sicurezza dei pazienti.

Le liste d’attesa sono il simbolo più evidente del degrado. Per una risonanza magnetica, in alcune regioni, si aspettano 6-8 mesi. Per una visita specialistica anche un anno. Per un intervento chirurgico non urgente, tempi biblici. Chi ha i soldi, o un’assicurazione privata, va nel privato e viene visitato in una settimana. Chi non li ha, aspetta, e spesso la patologia nel frattempo peggiora.

Questo meccanismo non è casuale: è precisamente la strategia. Definanziare il pubblico fino a renderlo inefficiente, così che i cittadini siano costretti a rivolgersi al privato. E infatti, la spesa sanitaria privata delle famiglie italiane è esplosa: assicurazioni sanitarie, visite a pagamento, esami diagnostici privati. Un mercato che vale decine di miliardi di euro e cresce costantemente.

Le regioni hanno accentuato le disuguaglianze. Il sistema sanitario italiano è regionalizzato, con enormi differenze tra Nord e Sud. In Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, i servizi — pur tra mille problemi — funzionano ancora relativamente bene. In Calabria, Campania, Sicilia, la sanità pubblica è al limite del collasso. La mobilità sanitaria — pazienti del Sud costretti a curarsi al Nord — è un indicatore drammatico di queste disparità.

Il modello lombardo, spesso portato come esempio di efficienza, è in realtà il laboratorio della privatizzazione strisciante. Il sistema dell’accreditamento ha creato un mercato sanitario dove le strutture private convenzionate assorbono risorse pubbliche senza i vincoli e i controlli del pubblico. Il risultato è una sanità a due velocità anche all’interno della stessa regione.

Ma il vero scandalo è la narrazione. Quando il pubblico non funziona, la colpa viene attribuita alla burocrazia, allo spreco, ai “fannulloni”. Mai al definanziamento, mai alle scelte politiche. E intanto, silenziosamente, il diritto universale alla salute viene smantellato pezzo per pezzo.

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