IL CORSARO CHE ENTRÒ NEI SALOTTI E PROVÒ A CAMBIARE LE REGOLE
Un uomo elegante, abbronzato, sempre in movimento. Non la figura chiusa del grande industriale italiano, ma qualcosa di diverso: presenza, carisma, energia. Raul Gardini, negli anni Ottanta, non passava inosservato. Anche il volto contribuiva alla sua immagine: quello sguardo leggermente asimmetrico, segnato da una palpebra abbassata, lo rendeva subito riconoscibile e accentuava il suo fascino insolito.
Nasce il 7 giugno 1933, in una famiglia legata alla terra, alla bonifica e all’impresa agricola fra Romagna e Veneto. Cresce con una cultura concreta, fatta di lavoro, rischio e ampliamento continuo delle attività. Ma a contare non è soltanto l’ambiente agricolo da cui proviene: conta anche il legame con Ravenna, città a cui resterà sempre profondamente legato e da cui sembra derivare anche il suo gusto per una grandezza non soltanto economica, ma simbolica, quasi rappresentativa. Studia all’istituto agrario di Cesena, poi si iscrive ad Agraria a Bologna senza completare il percorso universitario; molti anni dopo riceverà la laurea honoris causa.
Nel 1957 sposa Idina Ferruzzi, ma quel legame non nasce all’improvviso. Le cronache ravennati ricordano che i due si conobbero già da ragazzi, nell’estate del 1949, a Marina di Ravenna, dove le loro famiglie si frequentavano da tempo. Da quella conoscenza giovanile nacque un’unione che sarebbe diventata matrimonio e poi alleanza familiare.
Per Gardini non fu soltanto una scelta sentimentale, né soltanto un passaggio sociale. Entrare nella famiglia Ferruzzi significò avvicinarsi a un mondo già grande, disciplinato, potente, costruito da Serafino Ferruzzi con una logica severa e concreta. Idina fu il punto di contatto originario tra Gardini e quell’universo. Poi il genero divenne protagonista, e infine dominatore della scena; ma l’ingresso avvenne lì, attraverso una conoscenza giovanile diventata storia comune.
Quando Serafino Ferruzzi muore nel 1979 in un incidente aereo, gli eredi affidano a Gardini la gestione operativa del gruppo. Non è una semplice continuità. È un cambio di passo. In pochi anni Gardini trasforma profondamente la Ferruzzi: riduce il peso del puro trading agricolo e costruisce un sistema industriale integrato, con acquisizioni decisive come Eridania, la francese Béghin Say, Central Soya e altre attività legate alla trasformazione agroindustriale.
Il punto di svolta, però, è la Montedison. Negli anni Ottanta l’azienda è contendibile, e Gardini inizia ad acquistarne azioni fino a costruire una posizione di controllo. È un ingresso deciso nel cuore del capitalismo italiano. Per un momento sembra anche in sintonia con Enrico Cuccia e Mediobanca, ma quell’equilibrio dura poco. Gardini non è un uomo di mediazione: prende decisioni autonome, rifiuta assetti imposti, si muove con una libertà che in quel contesto appare quasi provocatoria. È qui che nasce davvero la sua immagine di corsaro: non fuori dal sistema, ma dentro il sistema, sempre al limite della sua interpretazione.
Accanto all’imprenditore, esiste anche l’uomo pubblico. Gardini è visibile, seguito dai media, molto meno riservato del suocero. Porta la sua passione per la vela al centro della propria immagine e del proprio stile di relazione, fino alla grande avventura del Moro di Venezia, che nel 1992 arriva alla finale di Coppa America dopo avere vinto la Louis Vuitton Cup: un risultato senza precedenti per una barca italiana.
Le cronache del tempo lo descrivono come un uomo di grande fascino, seguito anche fuori dall’impresa per lo stile, la presenza, la vita mondana. Attorno a lui circolarono voci e indiscrezioni, come accade spesso ai personaggi molto esposti. Ma Raul Gardini restò con Idina Ferruzzi fino alla fine. Il resto appartiene al rumore che circonda gli uomini di potere.
Nel frattempo porta avanti anche una visione industriale meno vistosa ma molto importante: spinge i centri di ricerca Ferruzzi verso una chimica legata alle materie prime agricole, lavorando su etanolo e bioplastiche. In anni in cui il tema ambientale è ancora marginale nel dibattito industriale, questa intuizione appare a molti quasi eccentrica; oggi è uno dei tratti che più colpiscono della sua visione.
L’operazione più ambiziosa resta però Enimont, la joint venture tra Montedison ed ENI per creare un grande polo chimico nazionale. Il progetto nasce con un sostegno politico ampio, ma si scontra presto con la realtà italiana di quegli anni: equilibri instabili, promesse non mantenute, interessi divergenti. Quando le condizioni cambiano, Gardini reagisce tentando di rafforzare la propria posizione fino alla contrapposizione aperta con ENI. La vicenda si conclude con la cessione della quota Montedison allo Stato, e quella chiusura segna l’inizio di una fase completamente diversa.
Negli anni successivi, la vicenda Enimont entra nel cuore dell’inchiesta Mani Pulite e contribuisce a portare alla luce il sistema di tangenti che, in quella stagione, legava in modo opaco industria e politica. Gardini ne viene coinvolto mentre attorno a lui si restringe progressivamente lo spazio di manovra. Ma il suo isolamento non fu soltanto l’effetto delle indagini: fu anche il risultato di una frattura ormai aperta nella dinastia Ferruzzi. I rapporti con il resto della famiglia si erano fatti sempre più tesi, sul piano delle strategie, del controllo e della direzione del gruppo. E qui va chiarito un punto importante: Idina non si limitò a schierarsi con i fratelli, ma separò i propri interessi da quelli dei fratelli stessi. La linea di rottura, quindi, non passava in modo semplice tra marito e moglie, ma all’interno della stessa famiglia Ferruzzi, ormai segnata da visioni inconciliabili e da un equilibrio di potere che Gardini non controllava più. Gardini era in procinto di concretizzare l’autosufficienza energetica, chimica ergo alimentare del Bel Paese, potenziando multinazionali pubbliche come Eni da cui imperniarsi, e consolidando un gruppo industriale privato nazionale. In ottica di classico e virtuoso liberalismo borghese.
Il 23 luglio 1993 Raul Gardini viene trovato morto nella sua casa di piazza Belgioioso, a Milano. Le indagini ufficiali concludono per il suicidio. In quei giorni il caso Enimont stava precipitando: le inchieste di Mani Pulite avevano ormai travolto il sistema di tangenti che intrecciava politica e industria, e su di lui il cerchio si stava chiudendo. Morì prima di poter essere convocato dal magistrato inquirente. Negli anni non sono mancate letture alternative sulla sua morte, ma l’esito giudiziario non è stato modificato.
La sua storia si chiude così, in uno dei momenti più duri della trasformazione italiana. Gardini resta una figura difficile da ridurre a una definizione semplice. È stato un imprenditore capace di trasformare un gruppo agricolo in un sistema industriale internazionale, un uomo che ha sfidato gli equilibri consolidati della finanza italiana, un protagonista di una stagione in cui industria, politica e potere erano strettamente intrecciati. Corsaro, nel senso più preciso del termine: dentro il sistema, ma mai completamente allineato. Non un mito da costruire, né un colpevole da semplificare. Piuttosto, uno di quei personaggi che obbligano ancora oggi a guardare senza fretta ciò che è stato davvero. Sul suicidio di Gardini sorgono dubbi su mosse perpetrare da enti e servizi segreti avversi ed oriundi. Mosse da scongiurare potenziando fortemente il Copasir e l’esercito, estendendovi servizi di tutela industriale
Testo scritto da Anna Viotto e leggermente ampliato dalla redazione di Adfnews,
sulla base di fonti biografiche, storiche e documentarie disponibili sul web. Immagini dal web. Sostegno nella sezione contenuti segreti di Adfnews.it
