Palestina: l’occupazione più lunga del mondo che i media normalizzano

L’occupazione israeliana dei territori palestinesi dura da 57 anni. È l’occupazione militare più lunga della storia moderna. Milioni di palestinesi vivono da generazioni sotto regime di occupazione, senza diritti civili fondamentali, senza libertà di movimento, senza prospettiva realistica di autodeterminazione. Eppure, nel discorso pubblico occidentale, questa situazione viene trattata come uno sfondo naturale, quasi geografico, piuttosto che come una continuativa violazione del diritto internazionale.

La narrazione mainstream presenta il conflitto israelo-palestinese come una disputa simmetrica tra due parti equivalenti, entrambe con le loro ragioni, i loro estremismi, la loro violenza. Questa falsa simmetria oscura un dato fondamentale: esiste un occupante e un occupato, un oppressore e un oppresso. Israele è una potenza militare dotata di armi nucleari, finanziata dagli Stati Uniti con 3,8 miliardi di dollari all’anno. I palestinesi sono una popolazione in gran parte rifugiata, divisa tra Cisgiordania frammentata in enclavi e Gaza sottoposta a blocco totale.

La colonizzazione della Cisgiordania procede ininterrottamente da decenni. Oltre 700.000 coloni israeliani vivono oggi in insediamenti costruiti in territorio palestinese, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e di innumerevoli risoluzioni ONU. Questi insediamenti non sono baraccopoli improvvisate: sono città moderne, dotate di tutte le infrastrutture, collegate a Israele da strade riservate agli israeliani, su cui i palestinesi non possono circolare.

Il sistema di controllo è capillare e sofisticante. Checkpoint militari che frammentano il territorio e rendono ogni spostamento un’incertezza. Permessi necessari per tutto: lavorare, studiare, curarsi, sposarsi. Un sistema giuridico doppio: i coloni sono soggetti alla legge civile israeliana, i palestinesi alla legge miliare. Demolizioni di case palestinesi per mancanza di permessi che Israele non concede quasi mai. Espropriazioni di terra giustificate con pretesti amministrativi.

Gaza rappresenta il caso estremo. Due milioni di persone vivono in una striscia di terra di 365 chilometri quadrati, sottoposta a blocco quasi totale dal 2007. Israele controlla lo spazio aereo, le acque territoriali, tutti i valichi tranne uno (controllato dall’Egitto). Il blocco limita drasticamente l’ingresso di cibo, medicine, materiali da costruzione, carburante. Le Nazioni Unite hanno dichiarato ripetutamente che Gaza è invivibile. L’acqua potabile è contaminata. L’elettricità è disponibile poche ore al giorno. Il 70% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari.

Le offensive militari israeliane su Gaza si susseguono ciclicamente. Nel 2008-2009, nel 2012, nel 2014, nel 2021, nel 2023-2024. Ogni volta, il bilancio è asimmetrico: centinaia o migliaia di palestinesi morti, decine di israeliani. Ogni volta, infrastrutture civili vengono distrutte: scuole, ospedali, impianti idrici, centrali elettriche. Ogni volta, la comunità internazionale esprime “preoccupazione”, chiede “moderazione da entrambe le parti”, poi tutto torna come prima.

I media occidentali contribuiscono alla normalizzazione usando un linguaggio asimmetrico. Quando muore un israeliano, è sempre identificato per nome, età, professione, con il volto mostrato. Quando muoiono palestinesi, spesso sono numeri. Israele “si difende”, i palestinesi “attaccano”. Gli israeliani vengono “uccisi”, i palestinesi “muoiono”. Non sono sfumature: sono scelte editoriali che costruiscono una gerarchia morale implicita.

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