Se ci limitassimo a informarci attraverso i telegiornali della sera o le prime pagine dei grandi quotidiani nazionali, avremmo la percezione di un Paese (e di un mondo) sostanzialmente pacificato, le cui uniche tensioni riguardano le beghe di palazzo tra politici o le diatribe su questioni di costume. Eppure, fuori dai radar del circo mediatico, è in atto una resistenza continua, ramificata e ostinata. Sono le lotte territoriali, i comitati cittadini e le proteste locali che i media mainstream scelgono scientificamente di silenziare, o peggio, di delegittimare.
C’è un filo rosso che lega le manifestazioni contro la costruzione di grandi infrastrutture inutili, le mobilitazioni per la difesa di boschi secolari destinati a diventare svincoli autostradali, o le proteste contro l’installazione di inceneritori e basi militari a ridosso dei centri abitati. Questo filo rosso è l’assoluta censura mediatica. Quando queste notizie riescono a forare il muro del silenzio, lo fanno solo sotto forma di cronaca nera: i manifestanti non vengono mai descritti come cittadini preoccupati per la propria salute o per il proprio territorio, ma sempre e solo come “facinorosi”, “antagonisti” o “ostacoli al progresso”.
Questa strategia di agenda setting (la decisione di cosa fa notizia e cosa no) non è casuale. Le grandi opere pubbliche muovono miliardi di euro, coinvolgendo appalti colossali, multinazionali delle costruzioni e potentati politici locali e nazionali. I grandi gruppi editoriali, le cui proprietà sono spesso intrecciate a doppio filo con la finanza e l’industria pesante, non hanno alcun interesse a dare voce a chi si oppone a questo sistema di spartizione del territorio. Raccontare le ragioni vere di un comitato locale significherebbe dover indagare sui conflitti di interesse, sugli studi di impatto ambientale falsati e sugli sperperi di denaro pubblico. Molto più facile ignorare o criminalizzare.
Prendiamo i numerosi casi di territori in cui si impongono poli logistici giganteschi che distruggono suolo agricolo in nome dell'”occupazione”, portando in realtà solo lavoro precario e traffico pesante. Le comunità che si ribellano vengono etichettate come affette dalla sindrome NIMBY (Not In My Back Yard – non nel mio cortile). È un’etichetta comoda, usata dai salotti televisivi per deridere chiunque si batta per difendere il luogo in cui vive.
La vera controinformazione oggi passa dal rimettere al centro queste lotte invisibili. Perché è nei piccoli presidi locali, nei ricorsi al TAR pagati con le collette, nelle barricate per salvare una valle o un quartiere, che si gioca la vera essenza della democrazia. Una democrazia che non si esercita solo mettendo una scheda nell’urna ogni cinque anni, ma difendendo fisicamente la terra su cui camminiamo dall’assalto di una speculazione mascherata da progresso.
