L’Intelligenza Artificiale e la fine della privacy: verso un credito sociale occidentale?

Viviamo nell’epoca della comodità assoluta. Con un comando vocale possiamo accendere le luci di casa, con uno sguardo sblocchiamo il telefono e con un clic affidiamo a un algoritmo la stesura di un testo, la scelta di un film o persino la diagnosi di un malessere. Tuttavia, questa “magia” tecnologica, osannata quotidianamente dai media mainstream come l’apice del progresso umano, nasconde un lato oscuro che sta rapidamente erodendo le fondamenta stesse della nostra libertà: l’infrastruttura di una sorveglianza di massa senza precedenti.

La narrazione ufficiale ci rassicura affermando che l’Intelligenza Artificiale serve per “migliorare l’esperienza dell’utente”. Ma la controinformazione deve porre una domanda fondamentale: se il servizio è gratuito, chi è il vero prodotto? La risposta è ormai nota agli addetti ai lavori, ma ignorata dalla massa: i nostri dati. Il capitalismo della sorveglianza, teorizzato da studiose come Shoshana Zuboff, ha smesso di limitarsi a prevedere i nostri acquisti per iniziare a modellare e indirizzare i nostri comportamenti.

Mentre in Occidente guardiamo con orrore (e una certa dose di superiorità morale) al sistema del “Credito Sociale” cinese – dove i cittadini vengono premiati o puniti dal governo in base ai loro comportamenti tracciati digitalmente – non ci accorgiamo che una struttura molto simile si sta chiudendo a rete anche sulle nostre democrazie. La differenza è che da noi non è imposta con la forza bruta di un regime autoritario, ma ci viene venduta sotto forma di “smart city”, sostenibilità ambientale e sicurezza.

Le telecamere a riconoscimento facciale si moltiplicano nelle nostre strade, spesso giustificate dall’emergenza criminalità o, come visto di recente, da crisi sanitarie. I dispositivi “smart” nelle nostre case ascoltano e registrano frammenti delle nostre vite intime per addestrare modelli linguistici sempre più famelici di informazioni. Allo stesso tempo, le grandi istituzioni finanziarie e le corporazioni tech stanno iniziando a incrociare i dati: la tua affidabilità bancaria, la tua “impronta di carbonio” personale, le tue opinioni politiche espresse sui social network. Tutto finisce in un immenso calderone gestito dall’IA.

Il rischio imminente non è l’apocalisse robotica in stile Hollywoodiano, ma l’esclusione sociale automatizzata. Cosa succede quando un algoritmo, opaco e non contestabile, decide che non hai i requisiti per un mutuo perché le tue abitudini di spesa o le tue amicizie digitali ti classificano come “soggetto a rischio”? O quando l’accesso a determinati servizi viene limitato perché la tua impronta ecologica supera la soglia stabilita da legislatori non eletti?

La vera sfida del nostro tempo non è fermare la tecnologia, il che sarebbe impossibile e anacronistico, ma demistificarne l’uso politico. Dobbiamo pretendere algoritmi open-source, riappropriarci della sovranità sui nostri dati e, soprattutto, avere il coraggio di rinunciare a un po’ di comodità in nome della libertà. Perché una gabbia, anche se dorata e incredibilmente intelligente, rimane sempre una gabbia.

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