L’illusione democratica: i non-eletti che governano l’Europa

Ogni cinque anni, i cittadini del Vecchio Continente vengono chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento Europeo. Le macchine della propaganda di partito si mettono in moto, i telegiornali si riempiono di dibattiti su “destra contro sinistra”, e si celebra l’alta espressione della democrazia. Eppure, una volta spenti i riflettori elettorali, la cruda realtà architettonica dell’Unione Europea si rivela per ciò che è: un sistema tecnocratico progettato millimetricamente per blindare il potere economico e isolarlo dalla volontà popolare.

La più grande illusione che ci viene venduta è che il Parlamento Europeo sia il cuore pulsante delle decisioni. La verità, che i trattati sanciscono nero su bianco, è che il Parlamento non ha potere di iniziativa legislativa. Non può proporre leggi. Questo potere assoluto, da cui derivano le famigerate direttive europee che stravolgono le nostre economie (dal MES al Patto di Stabilità, fino alle direttive green), è in mano a un organo composto da individui che nessun cittadino ha mai votato: la Commissione Europea.

La Commissione è l’emblema di un’oligarchia intoccabile. I commissari vengono scelti attraverso complessi accordi di palazzo tra i governi, spesso “promuovendo” figure politiche trombate in patria o tecnocrati vicini all’alta finanza. Una volta insediati, questi non-eletti decidono le sorti di quasi mezzo miliardo di persone. Ma per conto di chi legiferano?

Basta fare una passeggiata nel Quartiere Europeo di Bruxelles per capirlo. Bruxelles è la seconda capitale mondiale del lobbismo dopo Washington D.C. Si stima che oltre 25.000 lobbisti operino stabilmente intorno alle istituzioni europee, con un budget miliardario a disposizione. Rappresentano Big Tech, l’industria farmaceutica, i giganti dell’agrochimica e la grande finanza. Sono loro, nei corridoi e nelle cene a porte chiuse, a scrivere le bozze delle direttive che la Commissione farà poi piovere dall’alto sui parlamenti nazionali.

A chiudere il cerchio ci sono le famigerate sliding doors (le porte girevoli). È ormai consuetudine che ex presidenti della Commissione, ex ministri europei o alti burocrati, terminato il loro mandato istituzionale, vengano immediatamente assunti con stipendi faraonici da Goldman Sachs, JP Morgan o corporazioni industriali. Come possiamo credere che abbiano difeso l’interesse pubblico quando erano in carica, se il loro “premio di fine produzione” è un posto nel consiglio di amministrazione di chi trae profitto dalle loro stesse leggi?

L’Unione Europea non è riformabile con una crocetta su una scheda elettorale, perché i Trattati di Maastricht e Lisbona hanno costituzionalizzato il neoliberismo, rendendolo immune al voto democratico. Finché non avremo il coraggio di scoperchiare il vaso di Pandora di questa architettura istituzionale, continueremo a votare attori non protagonisti in un film in cui la regia è in mano a banche e multinazionali.

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