L’illusione della scelta: come Destra e Sinistra sono diventate due facce della stessa medaglia neoliberista

Il rituale della democrazia rappresentativa si ripete con stancante prevedibilità. Campagne elettorali infuocate, leader che si scambiano accuse, dibattiti televisivi che polarizzano l’opinione pubblica su temi identitari, etici o securitari. Elettori chiamati a scegliere tra due visioni del mondo apparentemente opposte: la Destra, paladina della libertà individuale, del mercato e della tradizione; la Sinistra, portavoce della giustizia sociale, dei diritti e dell’uguaglianza. Eppure, una volta spente le luci delle urne e formato il governo, una strana sensazione di continuità si impone. Le grandi direttrici economiche e sociali sembrano non cambiare mai. Benvenuti nell’era della “democrazia gestita”, dove l’alternanza politica è diventata l’illusione di una scelta che, nei fatti, non esiste più.

Dagli anni ’80 in poi, un consenso di fondo si è imposto silenziosamente in tutto l’Occidente, un quadro di riferimento ideologico che è diventato l’unico pensabile: il neoliberismo. I suoi dogmi – primato del mercato, deregolamentazione finanziaria, privatizzazione dei servizi pubblici, flessibilizzazione del lavoro, riduzione del ruolo dello Stato nell’economia – sono stati interiorizzati e adottati, con sfumature diverse, sia dai partiti di centro-destra che da quelli di centro-sinistra.

La Destra ha perseguito questo programma con entusiasmo, parlando il linguaggio della crescita, della competizione e della responsabilità individuale. La Sinistra, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’utopia socialista, ha abbandonato la critica al capitalismo e si è limitata a cercare di “umanizzarlo”. Ha accettato la logica del mercato, proponendosi come la sua migliore amministratrice, colei che può smussarne gli angoli più acuti con qualche misura di welfare o qualche politica per i “diritti civili”.

Il risultato è un teatro politico in cui la vera posta in gioco – la distribuzione della ricchezza e del potere – è stata tolta dal tavolo del dibattito. La politica si è ridotta a una competizione su chi gestisce meglio l’esistente, all’interno di vincoli esterni percepiti come invalicabili: i mercati finanziari, i trattati internazionali (come quelli dell’UE), le agenzie di rating. La sovranità popolare è stata svuotata, delegata a organismi tecnici non eletti.

Destra e Sinistra si differenziano ancora, certo, ma su un terreno di scontro secondario, spesso puramente simbolico. Si accapigliano sull’immigrazione, sui diritti LGBTQ+, sulla sicurezza, sulla memoria storica. Temi importanti, ma che fungono da cortina fumogena per nascondere la loro fondamentale convergenza sulle questioni economiche che determinano la vita di milioni di persone. Entrambe le fazioni, quando al potere, hanno portato avanti politiche di precarizzazione del lavoro, hanno tagliato la spesa pubblica per la sanità e l’istruzione, hanno salvato le banche con denaro pubblico e hanno favorito gli interessi delle grandi corporation. Hanno semplicemente usato un linguaggio diverso per giustificare le stesse politiche. Questa convergenza ha creato un enorme vuoto di rappresentanza, alimentando l’astensionismo e la rabbia populista, che non è la causa della crisi della democrazia, ma il suo sintomo più evidente.

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