Quando il sistema finanziario globale è una bomba a orologeria, chi tira la miccia?
Ci raccontano che l’economia è solida, che i mercati sono resilienti, che i fondamentali tengono. Ma dietro la narrazione rassicurante delle istituzioni si nasconde un quadro ben diverso – e, questa volta, a dirlo non sono i complottisti, ma gli stessi organismi che governano il sistema.1 Il debito globale – pubblico e privato – ha raggiunto, secondo l’IIF, i 315 trilioni di dollari, un valore pari a oltre il 330% del PIL mondiale. Una cifra che andrebbe ripetuta fino a farla diventare uno slogan, perché è il cuore di un sistema che si regge su una promessa impossibile: crescere all’infinito per ripagare debiti sempre più grandi. 15 Il Fondo Monetario Internazionale ha espresso preoccupazione per l’aumento del debito pubblico globale, prevedendo un superamento del 95% del PIL nel 2025 e del 100% entro il 2030.
Negli Stati Uniti, epicentro storico delle crisi, 16nel 2026 scadranno circa 10.000 miliardi di dollari di titoli di stato da rifinanziare, a cui si aggiunge un deficit pubblico che nel 2025 è stato di quasi 1.800 miliardi di dollari. Un muro di debito da rinnovare a tassi ben più alti di quelli originari, in un contesto di instabilità geopolitica senza precedenti.
Ma il dato più inquietante non è la dimensione del problema – è l’assenza totale di una strategia condivisa per affrontarlo. 1Mentre nell’ultima crisi finanziaria si è manifestato un coordinamento globale per farvi fronte, questa volta i vari Stati saranno lasciati a loro stessi nel confrontarsi con le difficoltà. Il multilateralismo è in agonia e 4il quadro complessivo è quello di un ordine globale sempre più competitivo, segnato da un multipolarismo privo di solide basi multilaterali, dove le istituzioni internazionali faticano a svolgere un ruolo di coordinamento efficace.1 Si moltiplicano gli allarmi autorevoli sul possibile scoppio di qualche bolla sui mercati, da quella dell’Intelligenza Artificiale alle criptovalute, ai debiti sovrani. Eppure la speculazione continua indisturbata. 1 Un articolo apparso sul New York Times suggerisce la presenza di strette analogie con la crisi del 1929: denaro speculativo affluisce di nuovo in abbondanza in schemi di investimento rischiosi.
Il World Economic Forum – difficilmente accusabile di estremismo – 8ha delineato prospettive globali “incerte”, indicando il confronto geo-economico come il rischio che più probabilmente potrebbe innescare una crisi globale nel 2026, segnalato dal 18% degli intervistati. 4Metà degli esperti prevede un futuro “turbolento” o “tempestoso” nei prossimi due anni, mentre la possibilità di uno scenario “calmo” resta marginale, indicata da appena l’1% degli intervistati.
E in Europa? 18I rapporti più elevati tra debito pubblico e PIL alla fine del 2024 sono stati registrati in Grecia (153,6%), Italia (135,3%), Francia (113,0%), Belgio (104,7%) e Spagna (101,8%). Numeri che non lasciano margini d’errore, eppure le classi dirigenti europee rispondono con una fuga in avanti verso il riarmo e nuovi debiti.
La domanda che la controinformazione pone è semplice: a chi conviene questa crisi? 1La crisi sarebbe più rovinosa del 2008 per il ruolo, ora incendiario e non regolatore, dell’Amministrazione USA. Non un cigno nero imprevisto, ma – come ricorda The Economist – 1“se il sistema finanziario crolla, sarà stato una delle implosioni più previste della storia”.
Il cittadino comune, intanto, paga il conto: 6famiglie e imprese, già alle prese con le fragilità dovute ai rincari generali, fanno fatica a sopravvivere e non riescono a far fronte alle spese impreviste oltre a quelle per i beni essenziali. La crisi non è un destino. È una scelta politica.
