La promessa della Smart City è seducente: una città iper-connessa, efficiente, sicura e sostenibile. Semafori che si sincronizzano per eliminare il traffico, sensori che ottimizzano la raccolta dei rifiuti, telecamere che garantiscono la sicurezza in ogni angolo, pagamenti che avvengono con un semplice tocco. Un’utopia tecnologica dove la vita urbana diventa fluida e senza attriti. Ma a quale prezzo? Dietro la retorica della convenienza e dell’efficienza si cela un progetto di controllo sociale senza precedenti, una prigione dorata da cui sarà impossibile evadere.
Il cuore della Smart City è la raccolta massiccia e costante di dati. Ogni nostro movimento, ogni transazione, ogni interazione con lo spazio pubblico viene tracciata, registrata e analizzata. I sensori nei lampioni, le telecamere con riconoscimento facciale, i dati di localizzazione dei nostri smartphone, le carte di credito “smart”: tutto converge in un gigantesco database centralizzato. Ufficialmente, questi dati servono a “migliorare i servizi”. Ma chi possiede e controlla questi dati?
La risposta è duplice e inquietante: le grandi corporazioni tecnologiche che forniscono l’infrastruttura e le amministrazioni pubbliche. Si crea così un’alleanza tecno-governativa in cui il confine tra servizio al cittadino e sorveglianza di massa diventa pericolosamente labile. I dati raccolti per ottimizzare il traffico possono essere usati per monitorare i partecipanti a una manifestazione. I dati sui consumi possono essere usati per creare profili di “cittadini virtuosi” e “cittadini a rischio”, introducendo sistemi di credito sociale simili a quello cinese.
La “convenienza” è l’esca. Accettiamo di cedere la nostra privacy e la nostra autonomia in cambio di piccoli vantaggi quotidiani. Non facciamo più la fila per un certificato, ma il nostro profilo digitale è ora nelle mani di un’entità che può decidere se siamo idonei o meno per un servizio, un prestito o persino un lavoro. La città, da spazio di libertà, anonimato e incontro inaspettato, si trasforma in un ambiente totalmente prevedibile e controllato. Ogni deviazione dalla norma viene registrata e potenzialmente sanzionata.
Inoltre, la Smart City non è per tutti. Crea un nuovo “digital divide” tra chi ha accesso e sa usare la tecnologia e chi ne è escluso. Gli anziani, i poveri, i meno istruiti rischiano di diventare cittadini di serie B in una città che non è più a misura d’uomo, ma a misura di algoritmo. L’efficienza algoritmica non contempla l’imprevisto, l’errore, la fragilità umana, che sono l’essenza stessa della vita urbana. Stiamo barattando la caotica, sporca e meravigliosa complessità della città per un’ordinata, pulita e terrificante prigione di convenienza. Il sogno della città perfetta rischia di trasformarsi nell’incubo del controllo perfetto.
