Il Parlamento italiano sta morendo. Non per un colpo di stato, non per una rivoluzione, ma per una lenta, sistematica erosione delle sue funzioni che avviene sotto gli occhi di tutti, nel generale disinteresse. La democrazia rappresentativa, pilastro della Repubblica nata dalla Resistenza, si sta trasformando in una coreografia vuota, un teatro dove le decisioni vengono ratificate ma non più discusse.
I numeri sono eloquenti. Nell’ultima legislatura, la stragrande maggioranza delle leggi approvate sono di iniziativa governativa. Le proposte di legge parlamentari vengono sistematicamente ignorate o insabbiate in commissione. Il ricorso alla decretazione d’urgenza — i decreti legge, che la Costituzione riserva a “casi straordinari di necessità e urgenza” — è diventato la norma. I governi legiferano per decreto, poi pongono la questione di fiducia per blindare il testo ed evitare qualsiasi modifica parlamentare.
La questione di fiducia, strumento pensato come extrema ratio per situazioni di crisi politica, viene utilizzata ormai come routine amministrativa. Ogni governo degli ultimi vent’anni ha battuto il record del predecessore nel numero di fiducie poste. Questo significa che i parlamentari votano sì o no a pacchetti legislativi complessi senza poterli modificare, emendare, discutere nel merito. Il Parlamento diventa un timbrificio.
Il taglio dei parlamentari, approvato con referendum nel 2020, ha aggravato la situazione. Presentato come una misura anti-casta per “risparmiare sulle poltrone”, ha in realtà ridotto la rappresentanza dei territori e delle minoranze politiche, concentrando ulteriormente il potere nelle mani delle segreterie di partito. Il risparmio economico — circa 57 milioni di euro all’anno, lo 0,007% della spesa pubblica — è risibile rispetto al danno alla rappresentatività democratica.
Ma il vero svuotamento avviene altrove. Le decisioni che più incidono sulla vita dei cittadini vengono prese in sedi sottratte al controllo democratico: i vertici europei, le riunioni del Consiglio dei Ministri, i negoziati con le istituzioni finanziarie internazionali, le trattative con le lobby industriali. Il Parlamento viene informato a cose fatte, quando va bene.
I parlamentari stessi contribuiscono alla propria irrilevanza. L’assenteismo è endemico. Le competenze tecniche sono spesso insufficienti. La dipendenza dal partito è totale: chi dissente viene emarginato, chi obbedisce viene premiato con candidature e incarichi. Il vincolo di mandato, formalmente vietato dalla Costituzione, è nei fatti imposto dalle segreterie di partito.
La conseguenza più grave è la disaffezione dei cittadini. L’affluenza elettorale crolla elezione dopo elezione. Alle ultime politiche ha votato meno del 64% degli aventi diritto, il dato più basso della storia repubblicana. Milioni di italiani hanno smesso di credere che il loro voto faccia la differenza. E forse, guardando come funziona il Parlamento oggi, non hanno tutti i torti.
Ripristinare la centralità del Parlamento non è nostalgia: è una questione di sopravvivenza democratica.
