Automatizzare di corsa per sostituire le persone si sta rivelando un disastro economico. Le aziende riaprono i rubinetti del recruiting, a portafoglio aperto.

Negli ultimi due anni ci hanno raccontato una favola fin troppo comoda: l’intelligenza artificiale avrebbe sostituito milioni di lavoratori, tagliato i costi operativi in un click e fatto sgranare gli occhi agli investitori.
I dati e i numeri raccolti sul campo dicono altro. Il 55% dei datori di lavoro si è già pentito dei tagli al personale fatti in nome dell’algoritmo. Oltre la metà delle aziende ha dovuto riassumere dipendenti umani entro sei mesi. La corsa cieca all’automazione ha sbattuto contro la realtà.
Quando persino i colossi della finanza devono fare marcia indietro
L’esempio più emblematico di questo terremoto si chiama Klarna. Il colosso fintech aveva sbandierato ai quattro venti l’efficienza dei suoi strumenti di IA per il customer service.
Avevano ridotto drasticamente le assunzioni, lasciando intendere che l’umano fosse ormai un orpello del passato. Chi fa da sé fa per tre, dicevano.

Poi la bolla è esplosa. Il CEO ha dovuto ammettere pubblicamente che l’azienda si era spinta troppo oltre (“had gone too far”) e che i clienti continuano ad attribuire un valore enorme all’interazione con una persona in carne ed ossa. Il risultato è che la società ha dovuto riaprire di corsa i rubinetti e fare recruiting per il supporto clienti. Questo non significa che l’intelligenza artificiale in sé abbia fallito. Significa semplicemente che chi sta ai vertici aziendali ha sottovalutato clamorosamente i costi nascosti della sostituzione umana.

