Quando il presidente del Comitato Olimpico o della FIFA apre una busta e pronuncia il nome di una città vincitrice per ospitare i Giochi o i Mondiali, le piazze si riempiono di tifosi in festa, i sindaci esultano e i media parlano di “vittoria storica” e “rinascimento economico”. Ma quando l’euforia collettiva, alimentata dalla retorica nazionalistica, svanisce, la realtà che si abbatte sui cittadini è tutt’altra. La controinformazione ci obbliga a guardare i bilanci: i mega-eventi sportivi sono oggi una delle macchine più efficienti per il trasferimento di ricchezza pubblica verso le élite private, lasciando in eredità solo macerie e debiti.
La narrazione mainstream si fonda sul mito dell'”eredità” (legacy). Ci dicono che ospitare un Mondiale creerà posti di lavoro, rilancerà il turismo e doterà la città di infrastrutture all’avanguardia. I dati storici, però, smentiscono categoricamente questa favola. Da Atene 2004 (il cui disavanzo ha pesantemente contribuito al default della Grecia) fino a Rio 2016 e ai Mondiali in Brasile e Sudafrica, il copione è identico: i costi preventivati vengono sistematicamente triplicati o quadruplicati in corso d’opera.
Chi paga questo conto? I contribuenti. I governi locali e nazionali contraggono debiti colossali per costruire stadi ultramoderni e villaggi olimpici. Questi appalti faraonici finiscono nelle tasche delle solite poche multinazionali delle costruzioni, in un sottobosco spesso inquinato da tangenti, deroghe alle leggi ambientali e contratti secretati. Una volta spente le telecamere, i contribuenti si ritrovano a pagare le tasse per decenni per coprire i buchi di bilancio.
E le infrastrutture? La storia è piena di “elefanti bianchi”, strutture gigantesche abbandonate a seccare al sole subito dopo l’evento, perché i costi di manutenzione ordinaria sono insostenibili per le amministrazioni locali.
A questo si aggiunge un costo sociale devastante: la militarizzazione e la gentrificazione dello spazio urbano. I mega-eventi vengono utilizzati come scusa, grazie allo “stato di emergenza”, per scavalcare i consigli comunali, espropriare terreni, abbattere quartieri popolari e sgomberare migliaia di residenti a basso reddito per fare spazio a zone per turisti e VIP. Le città vengono vetrinizzate, riempite di telecamere a riconoscimento facciale (spesso testate per la prima volta proprio in queste occasioni, come accaduto a Parigi 2024), trasformandosi in parchi a tema per ricchi.
Non dobbiamo smettere di amare lo sport, ma dobbiamo smettere di applaudire quando i grandi circhi finanziari globali scelgono la nostra città per la loro prossima abbuffata speculativa. Un Paese moderno non si misura dalla grandezza del suo stadio olimpico, ma dalla qualità dei servizi essenziali, della sanità e dell’edilizia popolare. E questi non necessitano di nessuna fiaccola per essere illuminati.
