Filo Lazio-Napoli: i 70 anni di Giordano ed aneddoti segreti

di Paolo Paoletti

I 70 ANNI DI BRUNO GIORDANO, CAMPIONE INDIMENTICABILE DI LAZIO E NAPOLI. PER ME UNO DEI 4 AMICI-CALCIATORI CHE HANNO ACCOMPAGNATO LA MIA CARRIERA. AUGURI BRUNO, SEI STATO E RESTI IL MIGLIORE, PROTAGONISTA DELLA MA.GI.CA. CHE IL MONDO ‘TREMAR FECE’. MARADONA MI CHIESE DI CONVINCERLO A TRASFERIRSI A NAPOLI, PRIMA ANCORA ALLODI SCELSE LUI PER IL NAPOLI DEL PRIMO SCUDETTO. PAGATO OLTRE 5 MILIARDI, GIORDANO A NAPOLI HA VISSUTO MATURITA’ E CONSACRAZIONE, ACCOMPAGNATO FINALMENTE DA UNA DONNA STRAORDINARIA.

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Carissimo Bruno, tanti sinceri auguri per i 70 anni. Tra una settimana toccherà anche a me. Sei stato uno dei 4 calciatori con cui ho travalicato il rapporto professionale, dando spazio ad una vera, affettuosa amicizia. Colgo l’occasione per scusarmi, assente nei giorni del lutto per la scomparsa di Susanna. Scrivo dal telefonino, domani spero di dare giusta ragione della tua vita da Campione tra tante gioie e qualche profondo dolore.
La foto documenta il giorno del nostro ‘scontro’ in campo, da allora nacque l’occasione per dare ad un incontro casuale un significato diverso.

Una storia scoperta durante una intervista per Canale 34-Telemontecarlo, tra i pescatori di Mergellina in cui chiedo di scegliere tra il Tevere ed il Vesuvio, la Pizza e l’Amatriciana, la campagna dei Colli ed il mare di Posillipo….

Bruno Giordano è stato uno dei più grandi attaccanti italiani degli anni ’70 e ’80.
Lo capì subito Diego Maradona, il quale delusissimo dal suo primo anno al Napoli, mi chiese di far sapere a Giordano che lo avrebbe voluto in squadra ad ogni costo.
“Voglio vedere se veramente sei amico di Bruno; incontralo e digli che gli chiedo di venire al Napoli per giocare insieme e vincere insieme”.

Con la scusa di andare a salutare Claudio Vinazzani, mio primo amico calciatore, andato alla Lazio l’anno prima (estate 1983), coglievo ogni occasione per portare gli apprezzamenti di Diego a Bruno e viceversa. Fin quando, iniziò la trattativa, che si concluse come Maradona sognava.

Ad appena 13 anni viene scoperto da Enrique Flamini, che lo porta nelle giovanili della Lazio. da ala destra o mezza punta vince il campionato Primavera 1975-1976, con Andrea Agostinelli, Lionello Manfredonia (rampollo della Roma Bene che diventa come un fratello) Stefano Di Chiara.

Il 5 ottobre 1975, ancora 18enne, debutta in Serie A, per intuizione di Giulio Corsini; quel giorno, proprio su passaggio di Giorgio Chinaglia, a Marassi contro la Sampdoria, segnò all’89’ il gol vittoria. Conquistandosi l’anno successivo la maglia numero 9 affidatagli da Tommaso Maestrelli sostituendo Chinaglia, trasferitosi ai Cosmos di New York chiamato da Pelè.

Già idolo della Nord, diventa Capopcannoniere nella stagione 1978-1979, ma l’anno dopo (23 marzo 1980) viene coinvolto nello scandalo del ‘Totonero’, subendo una lunga squalifica e 13 giorni di carcere che ne segnano profondamente vita personale e carriera con l’occasione sfumata di vincere Il Mondiale dell’82, concessa invece a Paolo Rossi.

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Suo padre, tappezziere, aveva bottega vicino Piazza Farnese, dove a Campo de’ Fiori c’è la statua del filosofo, mandato al rogo dalla Santa Inquisizione.

Un segno del destino perchè il signor Nello, a tutti noto come il Tapezziere di Trastevere, nulla sapeva di quel personaggio con il cappuccio in testa, ma ogni giorno per aprire bottega, passando sotto la statua, ne subiva soggezione e fascino.
Quando quelli del bar vicino gli spiegarono chi fosse, Nello decise di chiamare suo figlio Bruno, visto che Giordano li univa già.

Ribelle, fin da ragazzino, giocava a calcio nei vicoli del quartiere fino a tarda sera, ignorando i richiami della madre, che si raccomandava di rientrare per cena. E prima del Padre.
Bruno sapeva che al quarto richiamo dalla finestra doveva lasciare il pallone all’istante, pena le punizioni amorevoli ma incisive.

Dalla strada all’oratorio Don Orione, Roma è stato il suo palcoscenico, da bambino fino al successo, il soldi, la popolarità. Senza mai dimenticare le origini, gli amici di sempre, quel prete che in oratorio giocava con la tunica per utilizzare ogni occasione per stargli vicino con consigli ed esempio.

Una vita sulle montagne russe ha scritto Giordano Governi, io dico una vita guadagnata gol dopo gol, esperienza dopo esperienza; alcuni incontri pilastro come quello con Don Pizzi e altri ‘sfortunati’ come con Sabrina Minardi, che sposa nel 1979, a 23 anni. E da cui si separa all’inizio dell’82, dopo neanche tre anni ed una figlia, Valentina, che Bruno cresce da solo con l’aiuto dei genitori.

Perchè Sabrina, ventiduenne, si lega ad Enrico De Pedis, noto come ‘Renatino’, boss storico della Banda della Magliana, di cui ha necessità per rifornimento di droga e bella vita, fino al ruolo di testimone centrale – poi sconfessata – nella scomparsa di Emanuela Orlandi.

Da Bruno, in tante occasioni, ho sentito ammettere che doveva tutto a Susy, Susanna Bartoli, seconda moglie che lo accompagnerà per oltre quarant’anni.
Insieme costruiscono da subito una famiglia unita, distante dai luoghi comuni e dal gossip spicciolo che accompagna quasi sempre i calciatori.
Susanna cresce Valentina e Daniele, il figlio della sorella Silvia, come propri. Dal matrimonio nascono Marco e Rocco, tutti e due attratti dal mondo del calcio.

Giordano perde sua madre in un incidente d’auto e poi la sorella ancora giovane. Dolori privati che affronta senza mostrarli, proteggendo figli e legami di casa.
Con il tempo, diventa nonno di Giulia e di Ennio, due nuove ragioni di felicità.
Susy sempre presente, di una bellezza dolce, semplice, elegante.

La conobbi a Napoli, dove Bruno ha trovato le sue maggiori soddisfazioni e titoli da calciatore. Sempre poco per il suo immenso talento.

Una Napoli che lo accolse come meritava. Dove Diego lo elesse suo partner privileggiato. Tutto per volontà di Italo Allodi che lo scelse, pagandolo oltre 5 miliardi, appena detto si a Ferlaino, per costruire quel Napoli scudetto, vinto appena dopo 2 anni, maggio 1987.

Una città che vive di calcio dove sarebbe potuto arrivare già nel 1975, quando Franco Janich, allora DS napoletano, ne aveva definito l’acquisto con Umberto Lenzini, firmando un pacco di cambiali che non furono mai passate all’incasso per paura della rivolta dei tifosi.

A Napoli, da vita al tridente d’attacco più forte di sempre nella storia del Napoli e più temuto del calcio italiano: la ‘Ma-Gi-Ca’ con Maradona e Carnevale prima, poi l’enorme Antonio Careca, arrivato per il secondo scudetto.

Il passaggio dalle partite in strada giocate con le pallette di gomma, le lattine, gli stracci, fino all’oratorio, il Grande Calcio ed una vita da romanzo, non cambia Bruno Giordano sempre fedele alle sue origini, alla genuinità che ritrova ad Orbetello dove decide di ritirarsi. Anche perchè Roma non è più quella di una volta e la sua Trastevere non esiste più.
Quella Roma popolare dove imparò a fidarsi del suo istinto, la fantasia, il gusto della gara e della vittoria, di un ragazzo irrequieto, poco attratto dai libri e conquistato dalla strada.

Grazie Bruno da tutti gli appassionati di calcio per ciò che hai fatto inseguendo un pallone, un sogno realizzato che ha guidato la nostra vita.

CURRIUCULUM
Il 5 ottobre 1975 debutta da ragazzo in Serie A, a Marassi, contro la Sampdoria.
Non è un centravanti classico: ama venire a giocare a centrocampo, inventare e poi attaccare la porta.
Si definirà un falso nueve, ispirato da Johan Cruijff.
Nel 1978-79, segna 19 reti, diventando capocannoniere della Serie A.
Simbolo della Lazio, idolo della Nord, il successo lo spinge nell’inferno del Totonero, lo scandalo del calcio-scommesse che ne interrompe l’ascesa.
La giustizia sportiva lo condanna, facendogli perdere il Mondiale spagnolo dell’82 dove l’Italia vince. Quella ordinaria lo assolve del tutto, ma nessuno lo risarcisce.
Durante lo stop, si allena sui campi di periferia, pur di non smettere; torna in campo, in serie B, dove la Lazio è stata retrocessa, ridando dignità a se stesso ed al club: 18 gol segnati e ritorno in serie A.
Nel 1985, dopo 10 stagioni in prima squadra, saluta Roma ed approda a Napoli.
Il distacco dalla Lazio è doloroso, ma apre la stagione più luminosa della vita.
In azzurro incontra Diego Maradona, compagno, leader e amico vero.
Nel 1986-87 conquista così il primo scudetto del Napoli e anche la Coppa Italia: capocannoniere di Coppa con dieci gol e protagonista di un incredibile double.
Napoli lo adotta, riconoscendosi nel suo calcio: classe, coraggio e sentimento.
Maradona lo definirà il più forte calciatore italiano con cui abbia mai giocato.
Per Bruno, Diego resterà il più grande di sempre e un ricordo indelebile.
Dopo Napoli, veste le maglie di Ascoli e Bologna, senza perdere la sua eleganza.
Chiude la carriera agonistica nel 1992, dopo aver superato 100 gol in Serie A.
La Nazionale gli concede 13 presenze ed 1 rete: poco per il suo talento cristallino.
Terminato il calcio giocato, prova a trasmettere agli altri ciò che ha imparato.
Allena numerose squadre, dal Crotone alla Reggiana, dal Messina fino all’Ascoli.
La panchina, come per tanti Campioni, gli offre più ostacoli che successo.
Bruno ammetterà di aver accettato situazioni dalle quali avrebbe dovuto stare lontano.
Ma resta protagonista, come dirigente, commentatore e volto televisivo, dove per la Rai ha commentato anche gli ultimi Mondiali 2026.

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LE FOTO. 1) IN CAMPO PER UN TORNEO DI BENEFICENZA DURANTE LA SQUALIFICA.

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