In Italia, una donna viene uccisa ogni tre giorni. Nel 2024, i femminicidi hanno superato quota cento, un dato che conferma una tendenza stabile e drammatica degli ultimi anni. Eppure, la risposta istituzionale resta clamorosamente inadeguata: tagli ai centri antiviolenza, formazione insufficiente delle forze dell’ordine, percorsi di protezione per le vittime pieni di buchi che si rivelano spesso fatali.
La narrazione mediatica mainstream contribuisce al problema più che alla soluzione. I titoli dei giornali parlano di “raptus”, “gelosia”, “amore malato”, “tragedia della passione”. Termini che romantizzano e deresponsabilizzano, trasformando un omicidio premeditato in un evento quasi naturale, inevitabile conseguenza di dinamiche sentimentali. Raramente si usa la parola corretta: femminicidio, l’uccisione di una donna in quanto donna, perpetrata quasi sempre da uomini con cui la vittima aveva o aveva avuto una relazione.
I dati del Viminale mostrano che nel 70% dei casi, l’assassino è il partner o l’ex partner. Nella maggioranza assoluta dei casi, c’era stata una storia di violenze precedenti, spesso denunciate. Questo significa che i femminicidi non sono eventi imprevedibili, ma l’epilogo di un percorso riconoscibile e, in teoria, intercettabile.
Eppure, il sistema di protezione fa acqua da tutte le parti. Le donne che denunciano violenze domestiche si scontrano con un apparato giudiziario lento, spesso scettico, talvolta apertamente ostile. I procedimenti si trascinano per mesi o anni. Le misure di allontanamento vengono violate sistematicamente senza conseguenze immediate. I braccialetti elettronici, quando vengono applicati, non funzionano o non vengono monitorati adeguatamente.
I centri antiviolenza, gestiti prevalentemente da associazioni femministe che operano con risorse ridicole, sono in prima linea ma cronicamente sottofinanziati. Dovrebbero essere presenti su tutto il territorio nazionale, secondo gli standard internazionali; nella realtà, interi territori ne sono sprovvisti. Le case rifugio non bastano per tutte le donne che ne avrebbero bisogno. Il personale è sottopagato o lavora in regime di volontariato.
Sul fronte della prevenzione, l’Italia arranca. L’educazione affettiva e sessuale nelle scuole è sostanzialmente assente, osteggiata da forze politiche conservatrici che la considerano un’ingerenza ideologica. Eppure, tutti gli studi dimostrano che intervenire sugli stereotipi di genere fin dall’infanzia è l’unica strategia efficace di lungo periodo per spezzare la catena della violenza maschile contro le donne.
Le proposte legislative che potrebbero fare la differenza — dall’inserimento del reato di revenge porn alla formazione obbligatoria di magistrati e forze dell’ordine sulla violenza di genere — vengono regolarmente annacquate o bloccate. Ogni volta che una donna viene uccisa, i politici esprimono cordoglio, promettono tolleranza zero, parlano di inasprimento delle pene. Poi tutto torna come prima.
La verità è che affrontare seriamente il fenomeno richiederebbe mettere in discussione le strutture patriarcali che attraversano la società italiana, dalla famiglia al mondo del lavoro, dai media all’immaginario culturale. E quello è un confronto che la politica non è disposta ad affrontare.
