Ogni anno, il mondo produce oltre 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici: smartphone, computer, televisori, elettrodomestici. È la categoria di rifiuti che cresce più velocemente, alimentata dall’obsolescenza programmata, dal consumismo tecnologico, dal ciclo sempre più rapido di sostituzione dei dispositivi. Una minima parte viene riciclata correttamente. La maggioranza finisce in discariche tossiche, prevalentemente in Africa e Asia, con conseguenze ambientali e sanitarie devastanti.
L’Europa e il Nord America producono la maggior parte dei rifiuti elettronici mondiali, ma pochissimi vengono trattati localmente. Nonostante esistano normative internazionali come la Convenzione di Basilea che vietano l’esportazione di rifiuti pericolosi verso Paesi in via di sviluppo, il traffico illegale di e-waste è un business miliardario gestito da reti criminali che aggirano le regole con false dichiarazioni: i rifiuti elettronici vengono classificati come “apparecchi usati funzionanti” o “materiale per beneficenza”, quando in realtà sono rottami inutilizzabili.
Ghana, Nigeria, Pakistan, India, Cina: in questi Paesi esistono vere e proprie città-discarica dove migliaia di persone, spesso bambini, lavorano per smantellare i rifiuti elettronici a mani nude o con attrezzature rudimentali. Bruciano plastiche per separare il rame, versano acidi per estrarre metalli preziosi, frantumano schermi che rilasciano polveri tossiche. L’esposizione a piombo, mercurio, cadmio, ritardanti di fiamma bromati causa danni neurologici, problemi respiratori, tumori.
Agbogbloshie, un quartiere di Accra in Ghana, è diventato il simbolo di questa tragedia globale. È una delle discariche di e-waste più grandi al mondo, dove lavorano circa 40.000 persone in condizioni disumane. Il suolo è contaminato da metalli pesanti a concentrazioni cento volte superiori ai limiti di sicurezza. L’acqua è imbevibile. L’aria è irrespirabile. I lavoratori muoiono giovani di malattie legate all’esposizione tossica.
Ma chi sono questi lavoratori? Nella narrazione occidentale, quando il fenomeno viene raccontato, appaiono come vittime passive di un destino crudele. In realtà, sono persone che migrano da aree rurali ancora più povere, attratte dalla possibilità di guadagnare qualche dollaro al giorno. È la globalizzazione della povertà: la nostra ossessione per l’ultimo modello di smartphone produce miseria e malattia dall’altra parte del mondo.
Le aziende tecnologiche che producono i dispositivi hanno una responsabilità enorme che sistematicamente eludo. Apple, Samsung, Dell, HP: progettano prodotti sempre meno riparabili, con componenti incollati anziché avvitati, batterie non sostituibili, software che rallenta i modelli vecchi. L’obsolescenza programmata non è una teoria complottista: è una strategia di business documentata. E quando i dispositivi diventano rifiuti, le aziende se ne lavano le mani.
Esistono programmi di “ritiro” e “riciclo” pubblicizzati dalle aziende come prove della loro responsabilità ambientale. Ma le percentuali effettivamente riciclate sono minime. La maggior parte dei dispositivi raccolti finisce comunque esportata illegalmente. Le certificazioni di riciclo responsabile sono spesso carta straccia, facilmente aggirabili.
L’Unione Europea ha introdotto normative sul “diritto alla riparazione” che obbligano i produttori a progettare dispositivi più facilmente riparabili e a fornire pezzi di ricambio. È un passo avanti, ma l’implementazione è debole e le lobby tecnologiche lavorano costantemente per annacquare le norme.
Intanto, in Ghana, in Nigeria, in Pakistan, bambini di dieci anni bruciano schede madri per estrarre frazioni di grammo di oro, respirando fumi che li uccideranno prima dei trent’anni. Questa è la vera faccia della rivoluzione digitale.
