Lo sport di alto livello è intrinsecamente dopato. Questa affermazione, che suonerebbe come cinismo a molti appassionati, è semplicemente la conclusione a cui arriva chiunque analizzi seriamente i dati, le inchieste, le testimonianze degli addetti ai lavori. La narrazione dello “sport pulito” è una favola funzionale agli interessi dell’industria sportiva, che vale centinaia di miliardi di dollari e si regge sulla sospensione dell’incredulità del pubblico.
Il caso più documentato di doping di stato è quello russo, emerso grazie alle rivelazioni di Grigory Rodchenkov, ex direttore del laboratorio antidoping di Mosca. Ha descritto un sistema in cui atleti, allenatori, medici e funzionari governativi collaboravano per somministrare sostanze proibite e falsificare i test. Non una mela marcia, ma un sistema industriale di frode sportiva coordinato ai massimi livelli dello Stato. Le Olimpiadi invernali di Sochi 2014 sono state il culmine di questo sistema: campioni olimpici russi hanno gareggiato e vinto sotto l’effetto di cocktail di sostanze dopanti.
Ma pensare che il doping di stato sia un’esclusiva russa è ingenuità o malafede. La Germania Est aveva il programma Staatsplanthema 14.25, che sottoponeva migliaia di atleti, spesso minorenni, a somministrazioni sistematiche di steroidi anabolizzanti, spesso senza il loro consenso informato. Le conseguenze sulla salute di quegli atleti sono state devastanti e permanenti.
La Cina, altro gigante olimpico, è stata ripetutamente coinvolta in scandali di doping, con interi team squalificati. Eppure, continua a dominare in numerose discipline, suscitando sospetti mai pienamente fugati. Gli Stati Uniti, che si presentano come paladini dello sport pulito, hanno prodotto alcuni dei casi di doping più clamorosi della storia: Marion Jones, Lance Armstrong, l’intera scuderia BALCO.
Il ciclismo professionistico rappresenta forse l’esempio più paradigmatico. L’era Armstrong ha dimostrato che il doping non era un fenomeno individuale ma sistemico. Intere squadre, sponsor, medici, organizzatori erano complici. E quando Armstrong è caduto, molti hanno pensato che fosse finita un’epoca. Invece, i casi continuano: nel 2024, diverse inchieste hanno rivelato che poco è cambiato.
L’atletica leggera mostra pattern statistici difficili da spiegare altrimenti. Record mondiali che resistono per decenni, poi improvvisamente frantumati. Atleti che a 30 anni migliorano le proprie prestazioni in modi fisiologicamente quasi impossibili. Nazioni che dominano improvvisamente discipline in cui non avevano tradizione.
L’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) è cronicamente sottofinanziata, politicamente condizionata e strutturalmente inadeguata. I controlli coprono una frazione infinitesimale degli atleti professionisti. Le sostanze dopanti evolvono più velocemente dei test per individuarle. Il microdosaggio e le “finestre” di assunzione permettono di evitare la positività pur beneficiando degli effetti.
La verità è che il business dello sport ha bisogno di record, di prestazioni sovrumane, di spettacolo. Il doping serve questo scopo. E finché gli interessi economici in gioco resteranno così enormi, lo sport pulito resterà un mito.
