Destra e Sinistra: la finta dicotomia al servizio del pensiero unico economico

Accendete la televisione in prima serata e assisterete a uno spettacolo ormai rodato: esponenti politici di destra e di sinistra che si urlano addosso, si accusano reciprocamente di distruggere il Paese e promettono rivoluzioni epocali in caso di vittoria elettorale. Per il cittadino medio, questo teatrino rappresenta il cuore del dibattito democratico. Ma per chi fa controinformazione, la realtà è diametralmente opposta: la polarizzazione estrema su temi di costume e diritti civili è, di fatto, un’arma di distrazione di massa progettata per nascondere un accordo totale e inscalfibile sulle questioni che contano davvero, ovvero l’economia e la politica estera.

Che a Palazzo Chigi (o all’Eliseo, o alla Casa Bianca) ci sia un governo sedicente progressista o uno sedicente conservatore, il “pilota automatico” descritto un tempo da Mario Draghi non si disattiva mai. I veri padroni delle nazioni occidentali non sono i parlamenti, ma i trattati internazionali, i mercati finanziari, la Banca Centrale Europea e le agenzie di rating.

Quando si tratta di applicare le direttive del neoliberismo — privatizzare gli asset pubblici redditizi (dalle autostrade alle reti di telecomunicazione), precarizzare il mercato del lavoro, tagliare i fondi alla sanità e all’istruzione pubblica per rispettare i vincoli di bilancio, o salvare banche private con i soldi dei contribuenti — la destra e la sinistra storiche votano compattamente allo stesso modo. L’unica differenza risiede nella retorica utilizzata per giustificare la “macelleria sociale” ai propri elettori: la destra vi dirà che serve per “liberare le imprese e favorire la crescita”, la sinistra che “ce lo chiede l’Europa e dobbiamo essere responsabili”.

Lo stesso copione si ripete in politica estera. L’atlantismo e la sottomissione alle logiche militari della NATO sono dogmi intoccabili. Che vincano i conservatori o i progressisti, i bilanci per la spesa militare aumentano, le armi vengono spedite nei teatri di guerra per alimentare conflitti per procura e le sanzioni autolesioniste vengono mantenute.

Perché, allora, i toni della politica sono così violenti? Perché, avendo ceduto la sovranità economica a entità sovranazionali non elette, ai partiti non resta che azzuffarsi su temi etici, identitari o di cronaca nera. Creano vere e proprie tifoserie da stadio, convincendo l’elettore che il nemico sia il proprio vicino di casa che ha votato per la fazione opposta, anziché il sistema bancario o la speculazione finanziaria che li sta impoverendo entrambi.

Comprendere questo meccanismo è il primo passo per emanciparsi. Finché continueremo a delegare le nostre speranze a questa finta dicotomia, non faremo altro che legittimare un sistema a partito unico: il Partito del Capitale, che indossa una cravatta rossa o azzurra a seconda delle stagioni.

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