L’Italia è l’unico grande Paese occidentale senza una legislazione organica sul conflitto di interessi. Questa anomalia, che dovrebbe generare scandalo permanente, viene accettata con rassegnazione come l’ennesima peculiarità nazionale. Ma non è una questione folkloristica: è un buco nero nella democrazia italiana che permette ai detentori di cariche pubbliche di usare il potere per favorire i propri interessi privati, creando un sistema dove la distinzione tra pubblico e privato è sistematicamente violata.
Il caso più eclatante e paradigmatico resta Silvio Berlusconi: proprietario di un impero mediatico-imprenditoriale che ha guidato il governo del Paese per quasi un decennio, approvando leggi che riguardavano direttamente i suoi interessi economici. Un conflitto di interessi talmente macroscopico da essere diventato oggetto di studio accademico internazionale come caso estremo di democrazia malata. Ma il problema va ben oltre Berlusconi.
Parlamentari che sono anche proprietari o azionisti di aziende che beneficiano di appalti pubblici. Ministri che provengono da settori che poi sono chiamati a regolamentare, e ai quali tornano dopo l’esperienza governativa (la “revolving door”). Sottosegretari che mantengono posizioni in aziende private mentre ricoprono cariche pubbliche. Funzionari pubblici che siedono in consigli di amministrazione di società che dipendono da decisioni delle loro amministrazioni.
Le timide normative esistenti sono facilmente aggirabili. L’obbligo di dichiarazione dei redditi e del patrimonio per i parlamentari esiste, ma le dichiarazioni sono spesso incomplete, false o abilmente strutturate per nascondere i reali interessi attraverso scatole societarie, prestanome, trust. I controlli sono minimali. Le sanzioni irrisorie.
In molti Paesi esistono autorità indipendenti che valutano preventivamente i potenziali conflitti di interessi e possono imporre dimissioni, cessioni di quote societarie, astensioni da determinate votazioni. In Italia, nulla di tutto questo. La valutazione è sostanzialmente affidata all’autocertificazione e all’autolimitazione del soggetto interessato, cioè alla volpe posta a guardia del pollaio.
I tentativi di legiferare in materia sono stati numerosi ma tutti falliti. Nel 2010, dopo anni di pressioni europee, venne approvata una legge sul conflitto di interessi che il suo stesso relatore definì “inutile” e che infatti non è mai stata applicata efficacemente. Conteneva così tante eccezioni, procedure macchinose e sanzioni blande da risultare sostanzialmente inapplicabile.
Il motivo del fallimento è chiaro: qualsiasi legge seria sul conflitto di interessi colpirebbe una quota significativa della classe politica italiana, trasversalmente. Non è un problema di destra o sinistra. In entrambi gli schieramenti ci sono abbondanti esempi di politici con interessi privati che si intrecciano con le funzioni pubbliche.
La magistratura, quando interviene su casi eclatanti, si scontra con normative penali inadeguate. Spesso le condotte in conflitto di interessi, pur moralmente riprovevoli e dannose per la collettività, non configurano reati. E quando li configurano, le prescrizioni intervengono prima delle condanne definitive.
L’opinione pubblica è assuefatta. Quando emerge l’ennesimo caso di conflitto di interessi, c’è un piccolo scandalo mediatico di qualche giorno, poi tutto torna come prima. I sondaggi mostrano che gli italiani considerano normale che “chi va in politica lo fa per i propri interessi”. È una rassegnazione pericolosa, che normalizza la corruzione del sistema.
Senza una legge seria sul conflitto di interessi, la distinzione tra interesse pubblico e privato resta sfumata, la fiducia nelle istituzioni continua a erodersi, e la democrazia italiana resta strutturalmente malata.
