Calcio femminile: l’uguaglianza che esiste solo a parole

Ogni volta che una competizione internazionale di calcio femminile attira attenzione mediatica, fioccano le dichiarazioni solenni sull’importanza dell’uguaglianza di genere nello sport, sulla crescita straordinaria del movimento, sui progressi compiuti. Poi i riflettori si spengono, e torna la realtà: il calcio femminile resta un settore marginale, sottofinanziato, dove le atlete vengono pagate cifre ridicole rispetto ai colleghi maschi, spesso costrette a lavorare per mantenersi mentre si allenano a livelli professionistici.

I numeri dell’ineguaglianza sono imbarazzanti. Negli Stati Uniti, dove il calcio femminile ha una tradizione più forte, la nazionale femminile – molto più vincente di quella maschile – ha dovuto intentare una causa legale per ottenere parità salariale, raggiunta solo nel 2022 dopo anni di battaglie. In Italia, il professionismo femminile nel calcio è stato riconosciuto solo nel 2022. Prima, formalmente, anche le calciatrici di Serie A erano dilettanti, con tutte le conseguenze in termini di tutele, diritti, previdenza.

Gli stipendi restano infinitesimali rispetto alla controparte maschile. Una calciatrice di Serie A italiana guadagna in media 30.000-40.000 euro l’anno. Un calciatore di Serie A guadagna in media oltre un milione. La stella meglio pagata del calcio femminile mondiale guadagna in un anno quanto un calciatore di medio livello in pochi mesi. Spesso le calciatrici devono avere un secondo lavoro o dipendono economicamente dalle famiglie.

La copertura mediatica è minimale. Le partite di calcio femminile vengono trasmesse su canali secondari, in orari sfavorevoli, con commenti tecnici spesso condiscendenti. I giornali sportivi dedicano al calcio femminile una frazione irrisoria dello spazio, e solo in occasione di eventi eccezionali. Le giornaliste sportive che seguono il calcio femminile vengono relegate in ruoli marginali.

Gli investimenti infrastrutturali sono ridicoli. Molte squadre femminili di Serie A non hanno centri sportivi propri, si allenano in impianti di seconda scelta, negli orari che avanzano dopo gli allenamenti maschili. Gli spogliatoi spesso non sono adeguati. Le strutture mediche e fisioterapiche sono inferiori.

La giustificazione standard è economica: “Il calcio femminile non genera introiti sufficienti”. Ma è un classico ragionamento circolare. Non genera introiti perché non viene promosso, non viene trasmesso adeguatamente, non vengono fatti investimenti in marketing. Come potrebbe generare introiti in queste condizioni? Gli sponsor seguono la visibilità, e la visibilità dipende dagli investimenti mediatici.

C’è poi il sessismo culturale, spesso strisciante ma a volte esplicito. Commenti sull’aspetto fisico delle calciatrici anziché sulle loro capacità tecniche. Paragoni costanti con il calcio maschile, come se il calcio femminile dovesse giustificare la propria esistenza essendo “quasi buono quanto” quello maschile. Battute sulla presunta inferiorità fisica. Aspettative che le calciatrici siano anche modelle, ambassador di un’immagine femminile stereotipata.

Le federazioni internazionali non aiutano. La FIFA ha organizzato i Mondiali femminili su campi in erba sintetica (mai usata per i Mondiali maschili), ha distribuito premi in denaro ridicoli rispetto alla controparte maschile, ha accettato sponsor controversi senza curarsi dell’immagine del movimento.

Alcune giocatrici e squadre stanno provando a cambiare le cose, usando la visibilità per rivendicare diritti, denunciare disparità, costruire movimento. Ma la strada è lunga, e fintanto che la volontà politica e gli investimenti economici resteranno così asimmetrici, l’uguaglianza nello sport resterà uno slogan vuoto.

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